WiMAX e LTE a confronto

Non c’è poi tutta questa differenza tra WiMAX e LTE. I due protocolli condividono le stesse basi concettuali, la tecnologia di modulazione OFDM, e gran parte dello sviluppo portato avanti per una delle due piattaforme potrebbe tranquillamente essere riversato sull’altra. Perché dunque non fonderli assieme, a tutto vantaggio dei consumatori?

“Dal nostro punto di vista, andrebbero armonizzate” ha spiegato il capo del marketing di Intel, Sean Maloney, ai cronisti che lo ascoltavano al Computex la scorsa settimana. Per Maloney, due tecnologie in competizione potrebbero complicare l’esistenza ai consumatori: “Preferiremmo che, a lungo temine, semplicemente si presentasse l’occasione di sfruttare la banda larga wireless” ha precisato il dirigente del chipmaker statunitense. In prospettiva, LTE e WiMAX sono destinati probabilmente a contendersi lo stesso tipo di clientela: si tratta in entrambi i casi di protocolli pensati per l’accesso broadband in mobilità, pur con alcuni distinguo sulla vocazione nomadica in senso lato o mobile in senso stretto.

La maggior parte delle compagnie telefoniche, già impegnate nello sviluppo delle reti GSM e 3G, ha già scelto LTE come base di partenza per l’introduzione della cosiddetta quarta generazione: è il caso, ad esempio, degli operatori a stelle e strisce AT&T e Verizon. A sostenere WiMAX, invece, ci sono Intel, Google e Time Warner, e l’unico operatore statunitense ad aver scelto questa strada per la banda larga wireless: Sprint.

Cos’è dunque che farà la differenza, cos’è che consentirà ad uno dei due protocolli ad imporsi? Secondo Fabio Iaione, country manager per l’Italia di Qualcomm, a differenza di WiMAX la tecnologia LTE può contare su una infrastruttura di rete già solida e affermata: quella 3G. “Esiste un intero ecosistema compatibile con UMTS, che probabilmente è destinato a migrare progressivamente verso LTE” ha spiegato Iaione a Punto Informatico a margine di una conferenza a Roma la scorsa settimana: i dispositivi per WiMAX sono ancora pochi, prosegue Iaione, e tra gli operatori c’è meno spazio per questa tecnologia anche a causa degli investimenti già varati per il passaggio da GSM a 3G. Il passaggio a LTE, dunque, appare come la logica prosecuzione della rispettiva roadmap di sviluppo delle reti.

Insomma, con un UMTS – per meglio dire con un HSDPA – in crescita e destinato probabilmente a raggiungere i 40 megabit al secondo in download entro la fine dell’anno (almeno negli USA), i 20 megabit del WiMAX attuale (che non ha ancora fisicamente raggiunto un gran numero di utenti) potrebbero davvero sembrare troppo pochi per giustificare una spesa, che dovrebbe aggirarsi quantomeno su diverse centinaia di milioni di euro per mettere in piedi l’equivalente della rete 3G esistente.

Che fine faranno le iniziative come quella taiwanese, che promuovono il WiMAX come strumento di comunicazione a banda larga alternativo al LTE? Ad oggi è difficile dirlo, ma è certo che il mercato non vedrebbe con favore l’ipotesi di sovrapporre gli investimenti sul territorio, e che presto o tardi le aziende coinvolte dovranno fare una scelta e scommettere su un possibile vincitore. Di certo, per una corretta introduzione di tutti questi protocolli sarebbe necessaria un’attenta rivisitazione dell’attuale assegnazione dello spettro delle frequenze, un’opinione condivisa da molti esperti del settore.

fonte: http://punto-informatico.it/2313291/PI/News/vero-wireless-wimax-lte-pari-sono.aspx

Anatomia di un satellite

Tratto da http://spaceradioandmore.blogspot.com/ di Marco Lisi

Il primo satellite artificiale ad orbitare nello spazio fu lo Sputnik I, lanciato il 4 ottbre 1957 dall’Unione Sovietica. Lo Sputnik era una sfera con un diametro di 58 centimetri e pesava 84 chilogrammi (figura 1). Il suo “bip-bip”, trasmesso sulle frequenze di 20,005 e 40,010 MHz, fu ascoltato da migliaia di radioamatori ed SWL in tutto il mondo. L’era spaziale era cominciata.

Figura 1: Sputnik I, il primo saterllite artificiale
L’era delle comunicazioni spaziali ha però avuto effettivo inizio solo nel 1962, con il lancio del satellite NASA Telstar; questo fu presto seguito dal primo satellite geostazionario per telecomunicazioni commerciali, Early Bird, anche noto come Intelsat I (figura 2).

Figura 2: il primo satellite per telecomunicazioni, Intelsat I (“Early Bird”)

L’infrastruttura delle comunicazioni spaziali cominciò come complemento delle reti terrestri esistenti (per esempio, la rete telefonica o “Public Switched Telephone Network”, PSTN), consistendo principalmente di ripetitori trasparenti (in inglese “bent pipe”, cioè “cavo ripiegato”) che facevano da ponti radio nello spazio trasmettendo voce e dati fra due punti sulla Terra (figura 3).

Figura 3: il satellite è un ponte radio nello spazio
In seguito, queste applicazioni punto-punto (“trunking”) sarebbero state in gran parte soppiantate dalla distribuzione TV e dalla distribuzione diretta di servizi televisivi (“direct-to-home”, DTH).
All’inizio di questa esaltante epopea resta comunque il satellite artificiale, nelle sue varie realizzazioni. Ma che cos’è e come è fatto un satellite artificiale?
In generale, un satellite è un qualunque oggetto che, soggetto alle leggi della fisica newtoniana, orbiti intorno ad un corpo celeste. Ad esempio, la Luna è un satellite della Terra, e la Terra è un satellite del Sole.
In particolare, a noi interessano quegli oggetti fabbricati dall’uomo e che dall’uomo vengono posti in orbita intorno alla Terra, chiamati satelliti artificiali (figura 4).

Figura 4: un tipico satellite per applicazioni commerciali

Ciascuno di questi satelliti è composto di molte parti, che variano a seconda del tipo di applicazione e dell’orbita. Due elementi sono tuttavia comuni a tutti i satelliti e sono chiamati “carico utile” (“payload”) e carrozza (“bus”) (figura5).

Figura 5: gli elementi della carrozza e del carico utile

Il carico utile è l’insieme di tutti gli equipaggiamenti che il satellite necessita per svolgere le sue funzioni. Esso può includere antenne, fotocamere, radar e apparati elettronici. Il carico utile è tipico per ciascun satellite. Per esempio, il carico utile di un satellite meteorologico include fotocamere dotate di telescopi per ottenere immagini delle formazioni nuvolose, mentre il carico utile di un satellite per comunicazioni include antenne di grandi dimensioni per trasmettere segnali telefonici o TV verso la Terra.
Il carico utile di un satellite per telecomunicazioni viene detto ripetitore (“repeater”) o transponditore (“transponder”). I due termini derivano dall’analogia con i ponti radio terrestri. L’architettura di un ripetitore per satellite è di fatto identica a quella di un ripetitore per ponte radio. Nella sua versione più essenziale, essa si compone di un’antenna ad alto guadagno, che riceve il segnale trasmesso da una stazione terrestre; di un amplificatore a basso livello di rumore (“Low Noise Amplifier”, LNA); di un convertitore di frequenza (normalmente la frequenza di ricezione è maggiore di quella di trasmissione, quindi si parla di un “down-converter”); di un amplificatore di potenza (spesso preceduto da un amplificatore pilota o “driver”) e di un’antenna ad alto guadagno in trasmissione.
E’ bene a questo punto ricordare che i collegamenti tra satellite e terra avvengono normalmente nelle bande di frequenza comprese tra 1 e 30 GHz (anche se alcuni satelliti radioamatoriali operano già a 30 MHz e per contro molti satelliti militari raggiungono i 44GHz). Frequenze inferiori ai 30 MHz non sarebbero in grado di “perforare” la ionosfera (quella stessa ionosfera che tanto invece ci è utile nelle comunicazioni terrestri a lunga distanza) e risulterebbero quindi assai poco praticabili.
Alcuni satelliti imbarcano transponditori operanti a varie frequenze. La figura 6, ad esempio, mostra la configurazione del satellite per telecomunicazioni Artemis, realizzato dall’Alenia Spazio per conto dell’Agenzia Spaziale Europea; questo satellite utilizza la banda L (1,5 GHz), la banda S (2,5 GHz), la banda Ka (20 – 30 GHz) ed opera persino un terminale sperimentale per comunicazioni ottiche.

Figura 6: il satellite per telecomunicazioni Artemis

La carrozza è quella parte del satellite che porta il carico utile e tutti i suoi apparati nello spazio. Ha il compito di tenere strutturalmente unite tutte le parti del satellite e di provvedere energia elettrica, elaborazione dati e propulsione. La carrozza contiene anche apparati che permettono al satellite di comunicare dati con le stazioni di controllo terrestri. I dati trasmessi dalla carrozza verso Terra riguardano lo stato lo stato di salute dei vari apparati a bordo e sono detti “telemetrie”. I dati ricevuti da Terra riguardano invece comandi impartiti dalle stazioni di controllo, e sono quindi detti “telecomandi”.
La struttura di una carrozza è un’intelaiatura meccanica realizzata in metallo (di solito alluminio) oppure con materiali avanzati (plastiche speciali e fibra di carbonio). La struttura deve essere abbastanza resistente da sopravvivere indenne alle terribili accelerazioni subite dal satellite al lancio. E’ la struttura inoltre che scherma gli apparati elettronici dalle particelle atomiche e dai raggi cosmici, oltre che da eventuali interferenze elettromagnetiche (RFI).
Sulla struttura sono montati i vari sottosistemi della carrozza: oltre al già citato sottosistema T&C (Telemetria e Comando), i sottosistemi Controllo Termico, Potenza, Controllo di Assetto e di Orbita, Propulsione e Processamento Dati.
Il Controllo Termico svolge l’importante funzione di mantenere la temperatura del satellite entro limiti accettabili. Un satellite in orbita è esposto a temperature estreme: dai meno 120 gradi della parte in ombra ai 180 gradi sopra lo zero della parte esposta al sole, un’escursione termica di 300 (o più) gradi centigradi. Questo sottosistema utilizza riscaldatori (controllo attivo) e vernici, superfici riflettenti, “coperte termiche” (strati di materiale altamente riflettente ed isolante) per mantenere la temperatura degli apparati elettronici entro un’escursione più contenuta (tipicamente da – 20 a +50 gradi centigradi).
Il sottosistema Potenza è composto dei pannelli di celle solari (“Solar Arrays”), delle batterie di accumulatori, degli alimentatori a commutazione (“DC-DC Converters”) e della rete di distribuzione (“Power Bus”). L’energia solare, convertita in elettricità dalle celle fotovoltaiche, è la sorgente primaria di potenza a bordo di un satellite. Raramente, per missioni di esplorazione planetaria, vengono usati generatori nucleari, basati sull’effetto termoelettrico (conversione diretta di calore in elettricità in una termocoppia).
Il sottosistema Controllo di Assetto e di Orbita ha il compito di mantenere le antenne ed i pannelli solari del satellite orientati nella giusta direzione e di mantenere il satellite stesso sulla giusta orbita, compensando eventuali perturbazioni.
Il sottosistema Propulsione si occupa dell’iniezione del satellite nella sua orbita finale (attraverso il cosiddetto motore d’apogeo) e dell’esecuzione delle manovre necessarie per mantenere il satellite nel giusto assetto e sulla corretta orbita. E’ costituito di un serbatoio (“tank”) di propellente liquido (normalmente, Idrazina), di una rete idraulica per la distribuzione dello stesso e di vari motori (“thrusters”), in grado di “bruciare” ed espellere piccole quantità, accuratamente controllate, di propellente.
Ultimo, ma non in termini d’importanza (come dicono gli inglesi, “last, but not least”), il sottosistema Processamento Dati. Questo è un po’ il cervello di tutto il satellite. E’ composto di un computer centrale, di una serie di programmi software molto complessi e di varie unità d’interfaccia verso gli altri sottosistemi del satellite.

Figura 7: uno dei satelliti della costellazione Globalstar

Comune di Pordenone pioniere del WiFi in Italia.. e Cesena??

Continuando a parlare di “wifi cittadino” riportiamo un articolo del Settembre 2007 sulla brillante iniziativa del comune di Pordenone “sperando” che anche il nostro comune ci pensi….

Pubblicato il 26 settembre 2007 da Giando

Già dalle prossime settimane nel centro storico di Pordenone si posa la prima fibra ottica che dà l’avvio al progetto “Internet gratis ai cittadini”, un’iniziativa che si attuerà nella primavera del 2008 col proposito di munire l’intero territorio comunale di una rete a banda larga.

comune-di-pordenone-pioniere-del-wifi-in-italia Comune di Pordenone pioniere del WiFi in Italia

La città del Friuli Venezia Giulia sarà pertanto la prima in Italia ad avere un sistema di comunicazione WI-FI a responsabilità del Comune e cofinanziato dalla Regione.

I cittadini potranno usufruire del servizio grazie ad una semplice Carta Regionale dei Servizi (CRS).

Il servizio, che costerà 400 mila Euro l’anno, consentirà di abbattere il digital divide, promuovendo così lo sviluppo di nuove attività e servizi.
Il Presidente della Regione Illy spiega che il passo successivo consisterà nell’agevolazione di un’alfabetizzazione informatica e incentivi sull’acquisto di personal computer.

Fonte: http://www.bloggiando.com/comune-di-pordenone-pioniere-del-wifi-in-italia/20070926

La stazione spaziale internazionale compie 10 anni

Compie oggi 10 anni la stazione spaziale internazionale, il cui primo modulo, il russo Zarya, fu lanciato il 20 novembre 1998 dalla base kazaka di Baikonour. Ora, dopo 10 anni, la stazione è divenuta il più grande veicolo spaziale mai messo in orbita dall’uomo.
Il modulo Zarya (il “nucleo” iniziale dei sistemi di comando, potenza e controllo) fu raggiunto, poche settimane dopo, dallo statunitense Unity, un nodo di interconnessione portato nello spazio da uno shuttle nel dicembre 1998. Cominciò, con quella missione, la fase di assemblaggio, che doveva concludersi in cinque anni e che invece è ancora in corso,

I primi astronauti salirono a bordo solo nel luglio 2000, a seguito di un ritardo nel lancio del modulo Zvezda, che solo poteva garantire il supporto vitale necessario ad un equipaggio

di due persone, un americano e un russo. Nel 2001 ad andare in orbita fu il primo modulo scientifico, il Destiny americano. Sembrava che la tabella di marcia fosse ripresa, ma nel 2003 la tragedia del Columbia, esploso al rientro da una missione sulla stazione, bloccò di nuovo i lavori di costruzione. L’analisi dell’incidente e i correttivi imposti dalla commissione di inchiesta richiesero due anni e un volo di riqualifica, ma anche la modifica dell’agenda dei lanci e una riduzione delle componenti, per ridurre le missioni shuttle e pensionare nel 2010 il traghetto spaziale. Così, il secondo nodo, necessario all’attracco di altri moduli scientifici, fu portato in orbita solo nell’ottobre 2007, mentre il modulo europeo Columbus ha dovuto aspettare il febbraio 2008 per andare in orbita, con oltre 10 anni di ritardo sul previsto, passati in un supertecnologico e costoso “magazzino”. Sempre quest’anno sono arrivati anche il due moduli che compongono il laboratorio giapponese. Abbandonata l’idea di inviare un modulo abitativo statunitense, mancano ormai solo due moduli pressurizzati, il Nodo 3 e la Cupola, prima vera finestra spaziale, capolavoro di estetica e di ingegneria tutta italiana, come il 50% circa dei moduli pressurizzati della ISS.
In un bilancio di compleanno non possono mancare i numeri: finora, la

realizzazione dell’avamposto orbitale ha richiesto 31 lanci, 28 dei quali statunitensi e tre russi. In questi 10 anni la stazione è “ingrassata” fino a raggiungere la notevole stazza di 284 tonnellate, a dispetto del fatto che non sta mai ferma, avendo percorso 57.300 orbite attorno alla terra, per un totale di oltre 2,5 miliardi di chilometri, che l’avrebbero portata, in un ipotetico viaggio in linea retta, agli estremi confini del sistema solare.
A bordo si sono succeduti 167 astronauti di 15 Paesi, che si sono fatti fuori 19.000 pasti ed hanno effettuato 114 passeggiate spaziali. Tra loro, gli italiani Umberto Guidoni (primo europeo a mettervi piede), Roberto Vittori e Paolo Nespoli. Attualmente, gli equipaggi a bordo hanno a disposizione un volume pari a quello di un appartamento di cinque stanze, con il vantaggio che, in assenza di peso, si possono usare tutte le pareti, compreso il soffitto. Tra i visitatori, i primi turisti spaziali della storia, che per trascorrere una settimana sulla ISS hanno pagato un biglietto da 20 milioni di dollari.
Quanto è costata questa casa nello spazio? Si stima circa 100 miliardi di dollari. Una bella cifra, non c’è dubbio, ma che dire se si pensa che la guerra in Iraq è costata finora circa 600 miliardi di dollari?
Ciononostante è legittimo chiedersi se la stazione spaziale è servita a qualcosa. Certo, non è servita finora ad effettuare le

ricerche scientifiche per le quali è stata realizzata ed è incontestabile per due motivi: i moduli scientifici sono arrivati in orbita con 10 anni di ritardo e, ancor più l’equipaggio di tre persone è assolutamente insufficiente ad effettuare ricerca, perché 2,5 astronauti/giorno servono solo per effettuare la manutenzione. Visto che l’equipaggio salirà a sei persone solo dall’anno prossimo, e la ISS, della quale alcuni moduli hanno già superato il periodo di vita utile prevista, non potrà rimanere in servizio tanto a lungo da recuperare il tempo perduto, da questo punto di vista non si può dire che sia stata un successo.
Lo è invece se si cambia prospettiva e si è disponibili ad imparare dalle lezioni; prima cosa che ci ha insegnato la ISS è che, in programmi complessi, ci deve essere una possibilità di interscambio tra i lanciatori: l’aver fatto affidamento solo sullo shuttle per mettere in orbita i moduli non russi ha rischiato di far fallire tutto il programma. Se i moduli fossero stati compatibili anche con altri vettori, questo rischio non si sarebbe corso, né tantomeno quello di far volare ancora gli shuttle per completare l’assemblaggio. Secondo, dalla ISS, come prima dalla russa Mir, stiamo imparando molto sugli effetti delle lunghe permanenze in orbita e sui modi per contrastare i problemi fisiologici che creano.
Più importante di tutto, la ISS è stato il primo programma spaziale che ha coinvolto tante nazioni: grazie ad essa si sono scoperte le difficoltà e imparato a collaborare in un’attività estremamente complessa, spianando la strada alla cooperazione che sarà necessaria d’ora in poi per le ancora più complesse missioni umane di esplorazione della Luna e di Marte.

(nelle foto, fonte NASA ed ESA, in alto la ISS come appare oggi, al centro l’incidente del Columbia e il modulo Zarya, in basso Umberto Guidoni sulla stazione spaziale)

Guida per riconoscere satelliti e stazioni spaziali orbitanti

Se siete stufi delle solite stelle e pianeti ecco allora spuntare un sito che vi farà fare la parte degli “alternativi” tra i vostri amici.

Heavens Above fornisce tutte le informazioni necessarie alla localizzazione, da qualunque luogo del pianeta vi troviate, di satelliti, di stazioni come la ISS (International Space Station), dello Space Shuttle, o di altri eventi astronomici rilevanti.

Inserendo manualmente le coordinate del luogo di osservazione o scegliendo da una lista, è possibile conoscere non solo la data e l’orario esatto dell’avvistamento, ma anche stampare una mappa dettagliata con la traccia che l’oggetto in questione lascerà nel cielo.

  • La colonna “mag” (magnitudine) è importante poichè ci dice quanto luminosa sarà la ISS. Il valore è inverso: più il numero è basso più l’oggetto sarà luminoso in cielo.

  • La colonna “time” indica l’orario del passaggio alle coordinate date.

  • Alt” indica l’altitudine: dunque l’altezza dell’oggetto dall’orizzonte.

  • Az” determina l’azimut: ovvero la direzione verso cui orientare lo sguardo in cielo.

Quale linguaggio per imparare a programmare?

C/C++Assieme a “Mamma come si fanno i bambini?” è forse la domanda più ricorrente del giovane virgulto che, spaesato, muove i primi timidi passi nel mondo della programmazione.

Per amor del cielo non iniziare dal C, mio giovane padawan, perché il C (e il C++) sono il lato oscuro della programmazione. “Il C ti costringerà a pratiche che molti considerano… innaturali”.

Troppo complesso, troppo vicino alla macchina e non al tuo modo di pensare, troppi concetti che riguardano l’architettura dei dispositivi hardware e delle CPU con le quali dovrai farei  i conti ma che ancora non conosci. Ti distraggono dall’imparare a pensare alla soluzione di un problema come un programmatore umano.

Perché chiunque, caro mio, è in grado di scrivere codice che una macchina è in grado di comprendere, ma solo i buoni programmatori sono capaci di scrivere codice che un essere umano è in grado di comprendere.

Ti serve un linguaggio semplice, ad alto livello, che ti nasconda i dettagli a basso livello, che ti costringa piuttosto a imparare buone pratiche di programmazione ad oggetti al di là dei dettagli specifici di un’architettura, che ti scolpisca nella mente l’idea che la programmazione non e’ altro che un esercizio di gestione della complessità. I problemi da risolvere sono complessi, devi imparare a renderli semplici. E fornire soluzioni.

Per il programmatore pragmatico non c’è spazio per le guerre di religione: ignora i falsi profeti del C che cercheranno di imbonirti a colpi di puntatori e gestione della memoria dinamica. Le alternative sono varie e tutte di buon livello: accogli fra le tue braccia Java o C# se vuoi imparare un linguaggio con la sintassi C-like. Oppure l’esotico Python se ti incuriosiscono i linguaggi dinamici con le loro promesse di liberarti dal giogo della forte tipizzazione dei dati.

Disciplina e semplicità sono le chiavi del successo, mio futuro guerriero del codice. Quando avrai imparato i rudimenti, ti avvicinerai, se necessario, al lato oscuro del C e del C++ per domarlo e aggiungere nuovi strumenti al tuo bagaglio.

fonte: http://www.appuntidigitali.it/2506/quale-linguaggio-per-imparare-a-programmare/

Motorola 6800: il microprocessore a 8 bit più… sfortunato

E’ proprio il caso di dirlo: Motorola non ha avuto molta fortuna con questo microprocessore. Che nell’aria si sentisse forte l’aspettativa di un microprocessore a 8 bit, dopo la realizzazione del primo a 4 bit, l’Intel 4004, era più che un’ipotesi nella prima metà degli anni ‘70.

Il 6800 venne presentato, infatti, verso la fine del ‘74, ma Intel lo precedette di pochi mesi col suo 8080. Nonostante l’iniziale svantaggio, il 6800 guadagnò presto rilevanza nel mercato grazie ad un’architettura semplice e a una costo più contenuto, almeno finché lo staff che lo progettò decise di abbandonare Motorola e andare a lavorare per MOS Technlogy, realizzando velocemente e rilasciando l’anno successivo l’arcinoto 6502

Nonostante queste premesse poco confortanti, questa CPU fu comunque impiegata (assieme all’8080) nei primi microcomputer a basso costo dell’epoca. Il basso costo era derivato dal fatto che essa racchiudeva in un unico package molte delle componenti che in precedenza erano divisi in vari chip (come aveva dimostrato appunto l’8080).

Ciò permetteva di semplificare e ridurre i costi di progettazione e produzione delle schede madri. E’ così che la ritroviamo in computer quali il TRS-80 e l’Altair 680, e console come il Vectrex. Realtà sicuramente poco conosciute dalle nostre parti, ma che hanno avuto un discreto successo negli USA.

I punti di forza di quest’architettura sono i seguenti:

  • presenza di due accumulatori (una novità, considerato che l’accumulatore è stato sempre uno, eventualmente coadiuvato da registri “di appoggio”);
  • registro indice a 16 bit e possibilità di specificare un offset;
  • completo set di istruzioni di salto condizionato;
  • accesso diretto e veloce ai primi 256 byte di memoria (per sopperire alla carenza di registri);
  • modello unico per l’accesso a memoria e dispositivi (non ci sono istruzioni di I/O, ma anche le periferiche vengono mappate in locazioni di memoria).

Ci troviamo di fronte a un’architettura molto semplice, con relativamente poche istruzioni (72 in tutto), e soltanto 4 modalità d’indirizzamento; semplicità (in particolare a livello di ISA) che verrà ripresa sia dal 6502 di MOS che dal successivo 68000, capostipite di una fortunata e gloriosa famiglia (rimasta ancora nel cuore di molti appassionati) che darà non poco lustro a Motorola.

Di sicuro interesse è la presenza del registro indice a 16 bit, a cui è dedicata un’apposita modalità d’indirizzamento che permette di specificare un offset a 8 bit (senza segno; quindi valori interi che vanno da 0 a 255) che risulta estremamente comodo per poter accedere ai dati di strutture complesse (e molto usate nei linguaggi di programmazione).

Un’altra peculiarità del 6800 è rappresentata dalle numerose istruzioni di salto condizionato, che permettono di controllare il verificarsi di tutti i casi di confronto possibili fra numeri interi con o senza segno. Caratteristica, questa, molto apprezzata dai programmatori, e che diventerà standard in tutti i microprocessori seguenti, anche RISC (il 6800, invece, appartiene sempre alla famiglia dei CISC).

Nonostante le buone premesse, il 6800 non ha avuto il successo che meritava. Complice l’introduzione dell’8080 di Intel qualche mese prima, ma soprattutto l’arrivo del 6502 (che era decisamente più economico) e successivamente dell’altrettanto stimato Z80, questa CPU ha avuto poco spazio e gloria, ritagliandosi comunque una discreta fetta nel campo dei microcontrollori, che è sempre stato un settore particolarmente caro a Motorola.

In ogni caso va riconosciuto che ha gettato le basi che ritroveremo nel “fratellastro” 6502, ma soprattutto del già citato 68000 e, incredibile a dirsi, anche di processori RISC quali l’ARM (che hanno a poco a che spartire coi CISC).

fonte: http://www.appuntidigitali.it/2964/motorola-6800-il-microprocessore-a-8-bit-piu-sfortunato/#more-2964

Allarme rosso e password a rischio con Internet Explorer

firefox-internet-explorer.jpg

Grossi problemi stanno aggrottando le ciglia di sviluppatori e tecnici in casa Microsoft tanto da allertare i propri utenti e sconsigliarli dall’uso di Internet Explorer. Ma partiamo dall’inzio.

La settimana scorsa degli hacker hanno attaccato senza pietà Internet Explorer che, una volta aperto infetta i pc di chi naviga.

Il rischio è altissimo: tutte le password e i dati personali posso essere rubati a causa di un buco di sicurezza che non era stato calcolato, violando quindi la privacy di tutti coloro che ne fanno uso.

Al momento non c’è nessuna risposta positiva da parte di Microsoft. Si spera che nella prossima versione aggiornata il problema verrà risolto, ma questo non avverrà di certo prima del 9 gennaio.

E nell’attesa?

La soluzione più immediata e ovvia è cambiare browser e usare quindi una delle valide alternative della concorrenza quale Firefox, Safari o Chrome. In questo modo l’utente non correrà nessun rischio per la proria incolumità e potrà continuare a navigare sicuro.

Esiste anche una soluzione alternativa data da Microsoft che cerca di metterci una pezza. Peccato che la procedura sia piuttosto complessa, specialmente per la maggior parte dei normali fruitori che lo utilizzano.

Considerato il fatto che attualmente è il browser più utilizzato, resta solo da verificare l’impatto potenzialmente altissimo che potrà avere e i danni che arrecherà a livello mondiale.

Secondo i dati forniti da Net Applications, le quote di IE erano già scese al 69,8 per cento, minimo storico da 10 anni a questa parte.

Riuscirà il team Microsoft a riscattarlo o questo sarà l’inizio del tracollo? Restiamo a guardare.

fonte: http://hightech.blogosfere.it/2008/12/allarme-rosso-e-password-a-rischio-con-internet-explorer.html

Zune, capodanno con il crash

zune%2030gb.jpg

E’ da ieri mattina alle 2 che migliaia di possessori di Zune da 30GB – il lettore mp3 simil-iPod della Microsoft – sono andati in crash senza riuscire a riemergere e vedere nuovamente la luce in tempo per il veglione di capodanno. Come inizio dell’anno non c’è male.

La causa del bug pare che sia dovuta all’orologio interno che non è stato programmato correttamente per lo scadere del 2008.

E qual è la risposta di  Microsoft rivolta ai consumatori?

Convinta che l’errore si sarebbe presentato ai “soli” possessori del Zune 30 ha semplicemente consigliato loro di aspettare fino al 1° gennaio 2009 e vedere finalmente tornare il proprio lettore al pieno delle proprie funzionalità.

Ma purtroppo in alcuni casi ciò non è bastato. Sembra infatti che oggi più di una persona sia stata costretta a far scaricare completamente la batteria in modo da azzerarla e una volta riavviato e caricato nuovamente vedere il baco aggiustarsi da solo.

Ai, ai, ai… Non credo che saranno stati felici tutti coloro che pensavano di celebrare la mezzanotte con la compilation pensata e studiata apposta per rallegrare la serata durante il tradizionale conto alla rovescia di fine anno.

E come se non bastasse adesso dovranno anche risincronizzare lo Zune con il proprio PC per riabilitare la libreria musicale.

Mmmmh, speriamo almeno che il resto della serata sia andato per il verso giusto.

Fonte: http://hightech.blogosfere.it/2009/01/zune-capodanno-con-il-crash.html#more

Restyling ai giardini Savelli, sarà finanziato da privati

E’ stato approvato il progetto preliminare. La ristrutturazione costerà 500mila euro e sarà affidata a un concessionario privato. Via i chioschi bar e il palco, riorganizzazione dei percorsi e degli arredi, rinnovo dell’orto botanico

Giardini pubblici (Newpress)

Importante passo avanti per la riqualificazione dei Giardini Savelli, intervento che verrà realizzato attraverso lo strumento del project financing. Nei giorni scorsi la Giunta Comunale di Cesena ha riconosciuto l’interesse pubblico della proposta presentata dall’associazione temporanea di imprese composta da Fapi Distribuzione di Capannaguzzo, Bar 45 Giri di Cesena e Fapi di Piraccini Marco, Luca, Antonio & C. di Cesenatico, risultata vincitrice sull’altra proposta presentata dalla società cooperativa Clafc. Il termine previsto dal bando era stato fissato per il 30 giungo 2008.

La Giunta ha approvato il progetto preliminare dell’opera, che costerà complessivamente 500mila euro. “Dopo la rinascita del giardino pubblico – dichiara il sindaco Giordani Conti – la riqualificazione dei Giardini Savelli permetterà di rendere pienamente fruibile un’area verde di grande pregio che si trova a ridosso del nostro centro storico. Il progetto preliminare approvato prevede la sostituzione degli attuali chiosco-bar e palco per spettacoli, la riorganizzazione dell’area verde e dei percorsi interni, salvaguardando gli alberi esistenti, il rinnovo dell’orto botanico, degli arredi e dell’impianto di illuminazione e la manutenzione delle strutture realizzate. I giardini Savelli diventeranno così un accogliente luogo di ritrovo nel cuore della città, ideale per ospitare spettacoli e altri eventi culturali”.

Con il meccanismo del project financing, il Comune non realizza direttamente l’intervento, ma lo affida a un concessionario privato, definito promotore, che si fa carico di tutte le spese di progettazione e realizzazione e, successivamente, si assume l’onere della gestione della struttura ottenendo in cambio, per tutta la durata della concessione, i proventi della gestione.

“In questo caso – precisa l’assessore ai Lavori Pubblici Marino Montesi – la concessione ha una durata di 29 anni e prevede un canone di concessione annuo di 900 euro che sarà versato al Comune. La proposta dei promotori sarà oggetto della gara per l’affidamento dei lavori (che si prevede dureranno dagli otto mesi a un anno) e la gestione della struttura, e sarà vincolante per gli stessi promotori, qualora non vi siano altre offerte”.

fonte : http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/cesena/2008/12/30/141729-restyling_giardini_savelli.shtml